Me ne frego di Amanda e Raffaele!

Pubblicato il da Caminante

Molto spesso, quando si pronuncia una frase del genere, si viene guardati molto male. Le occhiatacce, per carità, sono più che lecite e le domande spontanee: " Come puoi disinteressarti di un caso giuridico in cui si sta dibattendo se condannare o assolvere delle persone accusate di aver ucciso una ragazza?" Questa domanda merita una risposta. Me ne frego (per non usare un altro termine) di Amanda e Raffaele significa disinteressarsi di tutta quella costruzione mediatica che tira in ballo tutti quei casi, ai quali noi ci interessiamo per passatempo, come se l'uccisione di una persona fosse un reality show, grazie ai quali i vari programmetti del pomeriggio o i telegiornali fanno ascolti con successivi guadagni. Si deve rifiutare questo sistema di cose. Quella che ci camuffano come informazione non è altro che sfruttamento di una situazione a loro (i giornalisti) favorevole, ma una situazione che è sfavorevole, direi tragica, per alcune famiglie, vedi la famiglia Scazzi, la famiglia Rea, la famiglia Kercher. Il rispetto ovviamente non sta nel non informare sui fatti ma sta nel non speculare di quei fatti che mettono in mezzo casi gravi come l'omicidio. La cosa più triste, alla fine, è che questi "giornalisti" estremizzano talmente tanto la cosa che il caso stesso perde senso, come quando ripetiamo una parola per infinite volte. Il fatto si svuota, rimane il guscio. Ecco, la gente è attratta dal guscio. "Chi ha ucciso questo? Chi ha ritrovato quell'altro? "Come è accaduto questo?" E nascono infinite ipotesi portate avanti da questi speculatori, che riempiono un guscio che si fa sempre più vuoto. Addirittura capita di confonderci, noi comuni spettatoti, scambiamo i giornalisti per inquirenti e ispettori e critichiamo i veri inquirenti, coloro che fanno il loro mestiere (ultimamente però lo stanno facendo molto male, nda) perché davvero vogliono scoprire qualcosa e non perché vogliono fare audience. Certo, è anche vero che spesso le indagini ufficiali sono influenzate dai giornalisti, o addirittura migliorate (vedi i vari casi risolti da "Chi l'ha visto?"). Comunque, ormai, qualsiasi cosa accada, non manca mai qualche speculatore della vita degli altri. Dopo tanti rumori, dopo tanto clamore, tante indagini programmate da programmi programmati, non resta che costatare una sola cosa, alla fine cosa importa tutto questo a noi? Mi spiego, cosa resta di Samuele Lorenzi, di Sara Scazzi, di Melania Rea, di Meredith Kercher, della famiglia sterminata a Erba, di Susi Cassini e del figlio? Nulla! Restano solo i nomi di Amanda e Raffaele, di Parolisi, Misseri, Olindo e Rosa, Erika e Omar. Insomma, echeggiano dal passato i nomi di queste star della morte, questi assassini o presunti tali, diventati famosi per colpa nostra, come se meritassero fama, a causa del nostro interesse ossessivo verso ciò che ci fa più paura: la morte, il cattivo, lo straniero. Probabilmente il nostro è un modo di esorcizzare queste paure, ma è un modo fondamentalmente sbagliato, figlio di una società martire del consumismo, del denaro, della televisione, che si presta alla prostituzione dell'audience e del successo. E' giunta l'ora di dire basta, di rifiutare questo sistema di cose, questo bombardamento mediatico. Mi rifiuto di essere lo strumento di ricchezza di chi non ha scrupoli. Esempio lampante? Il calendario a scopo di lucro più vergognoso della storia, quello di Sara Scazzi. O forse dimenticate il vestito di carnevale di Michele Misseri? Ebbene, l'unico modo di finirla è smetterla. Come smetterla? Disinteressandosi di ciò che sconfina dall'informazione.

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